venerdì 8 gennaio 2010

Garbuglio

Gorgoglia di grigia pioggia, sul greto d'un caruggio s'aggrappa un rigagnolo di gelide giunture, fatte di giovinezza e disamore, di antiche musiche che riecheggiano attimi di placida serenità; duole il ginocchio, duole il dito, il petto col respiro. Il sonno s'è involato, giunto alle soglie d'un mattino nuovo che sembra non cambiare - che mattino era, se piangeva ancora il cielo ed era buio? Guarire è un mestiere, ammalarsi un diritto di ogni creatura che soggiace alla legge del pensiero. Ché pensare troppo strappa gli sguardi dal vero, e distoglie dal discorso principale, dalle cui proposizioni collegate scaturisce l'unica, vera opportunità di slegarsene per sempre. Esige, la vita, che si rifletta, e ancora rifletto in uno specchio spaurito che non restituisce che incertezze. Non vorrei, ma ho un brivido rapido e intenso d'insana lucidità - abbandono. Scrivere, scacciare, terminare, finire, chiudere ciò che non è chiuso ma che voglio che sia. Non posso eludere i colori familiari e le luci rossastre dischiuse nella tetra assenza. Perché alle cinque e poco più che un quarto, tra le pieghe di una notte che smette e un giorno che nasce, ogni cosa, ogni attimo assume le fragili sfumature di una foglia cadente? Flebili raggi sospirano, artificiali, da minuscole fessure - ed essi né calore, né odore propagheranno - e vorrei che fossero vere stelle.

venerdì 1 gennaio 2010

Mi piacerebbe poter dire che il 2009 è stato un anno da sogno, magnifico, di quelli che non si dimenticano. Per la verità di certo non me ne dimenticherò, ma sicuramente per ragioni tutt'altro che piacevoli e positive. Bisogna saper ammettere che, prima o poi, arriva quel momento in cui la Sfiga attraversa la propria vita. Certo, va detto che, per alcuni versi, l'anno che ci ha appena chiuso la porta alle spalle mi ha regalato anche dei momenti indimenticabili. Esperienze nuove, l'emozione di essere dottore, la soddisfazione di vedere il mio nome su una locandina e di sapere che ero proprio io, quello. Perché è vero che non si finisce mai di arrivare, ma acciuffare le tappe intermedie è lo stimolo principe della ricerca. Sempre.
Sentimentalmente parlando, è stato davvero un annus horribilis. Inutile negare l'evidenza: ho visto sfiorire, piano piano, con quella lentezza che odora di sconfitta, la più bella storia d'amore della mia vita. Ho preso una sonora legnata sul capo al principio di agosto da parte di una persona a cui - lo ammetto - mi sono aggrappato con troppa forza, forse per paura di cadere nuovamente, di perdere un'altra partita. E così ho finito per perderla, anche se non è tutta mia la responsabilità. Ho visto partire per l'amata Spagna una delle donne che costituiscono i pilastri della mia esistenza, non solo milanese, ma assoluta. Mi sono scontrato con i momenti di solitudine che non riuscivo a sopportare, ho constatato quanto fosse duro accettare il vuoto di uno dei due materassi che costituiscono il mio letto.
Se dovessi identificare il 2009 con una frase, citerei senz'altro una frase di un film:

Fammi sapere quando la tua vita va completamente all'aria, vuol dire che è l'ora della promozione.

Ma nonostante questo, non mi lamenterò. Oh, no. Nonostante al primo sorriso spesso sia arrivata la riga da disegno sui denti, non lo farò. Anche se tante volte, mentre correvo, sono inciampato nell'unica radice sporgente, non mi metterò a frignare. Sebbene il mio frigorifero sia più vuoto del mio stomaco - e posso garantire che è possibile, c'è solo un tubetto di maionese dentro - io cercherò di essere forte e di accettare l'ipotesi di una pasta al burro, semmai i miei fidati pizzaioli egiziani fossero indisponibili. E al diavolo se non farò sesso per due mesi, e chi se ne importa se al primo appello d'esame non sarò preparato, mi presenterò al prossimo, e che vadano a quel paese le mutande rosse che non ho indossato, le lenticchie che non ho mangiato, il vischio sotto il quale non ho ricevuto alcun bacio.
Il 2010 è iniziato da venti ore e quattro minuti,
e reca in mano un mazzolin di rose e di viole
onde, siccome suole, ornar egli s'appresta,
dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

venerdì 11 dicembre 2009

Arrivederci amore, ciao.

E' come incedere a passo zoppicante, come un brivido che passa e se ne va; così simile all'alito d'un mezzo dicembre che gela l'anima, perfino; così drammaticamente tagliente, duro di una durezza metallica e rocciosa al tempo stesso - e chi l'ha provato, lo sa. Tu lo sai. Qui non c'è il retrogusto amaro d'una sconfitta, né l'abbraccio glaciale dell'indifferenza ci ha mai cinti insieme, e mai sarà così. Ed è forse per questo che brucia di più, più ancora e più profondamente che mai. A nulla valgono sublimi pensieri e inutili aspirazioni, eppure non c'è la vanità della nube trascorrente: ricordi? Ricordi come, estasiati dalla freschezza di noi stessi, guardavamo quei comignoli fumeggianti, col naso rivolto verso l'alto e le nostre dita intrecciate? Avevamo le mani trepidanti - era il nostro momento di gloriosa immensità, il cielo stesso c'invidiava, tanto di giorno, quanto di notte, quando brancolando nel buio di un lenzuolo stropicciato ci lasciavamo andare, sospinti dall'aria frizzante della Catalogna. Ho serbato dentro di me quell'attimo, io, te, i comignoli, e altri cento villeggianti che ignoravano la nostra felicità. E' una foto dai contorni consunti, striata dalle venature d'una piega approssimativa, quel tanto che basta per conservarla nella tasca, e tastarne la consistenza, per esser certo che non fosse sogno - non era sogno: sfavillava di verità, impressa negli occhi, tatuata sul corpo! I pizzichi a fior di pelle ne diedero conferma. Quelli eravamo proprio noi, e contemplavamo Barcellona. Noi, meno di cinquant'anni in due, poco più che ventenni, il nostro amore: nient'altro.
Abbiamo tentato. Ce l'abbiamo messa tutta, e non è stato sufficiente - la magia non è tornata indietro. Non si può tornare all'antico palazzo abbandonato, confidando che, pur privato delle cure necessarie, esso si sia mantenuto abbastanza lontano dalla tetraggine. Abbiamo aperto un portone e abbiamo visto l'incuria del tempo abbattersi su un rapporto logorato, una tenda rosicchiata dai topi, ricamata di ragnatele, pareti ingiallite. Che becera idea, che sciocchi siamo stati. Eppure, ci abbiamo creduto. Ma dov'era finito il tanto sospirato scintillio dei cristalli? Dove le mani, dove i comignoli, i colori, la gioia scomposta di quegli abbracci avidi? Ci siamo cercati a lungo nei nostri nuovi mondi, ma non ci siamo più ritrovati. Abbiamo vagato a lungo, abbiamo scavato a fondo, ma ciò che cercavamo non c'era più. Tu mi parli di astri ed irripetibili congiunzioni, la ragione sostiene che quanto dici, mio malgrado, non può che esser vero. L'istinto ha preferito tacere, dinanzi ad essa. Un soffio ha spirato su di noi, e ci ha spenti. Ma non uccisi. Forse, solo addormentati di un sonno che tarderà a tramutarsi in risveglio. Sul mio corpo, rimane la ferita di un'ultima notte trascorsa con te, mentre le vecchie speranze cedono il passo ad un insopportabile senso di colpa che non riesco a lavare via dalla mia pelle. A scaldarmi, non rimane che una tazza rossa colma di un tè che, oramai, s'è raffreddato; e un mucchietto d'insulse parole senza significato apparente; e il gelo sarebbe più gelo che mai, e brinderei al mio fallimento e allo sfacelo, se soltanto ti dicessi addio - concedimi, almeno, un arrivederci, amore mio.


lunedì 16 novembre 2009

Te Pertenezco (ma non sono Ambra Angiolini)

Succede che l'ebbrezza, fotografata da un ricordo molto vago ma d'indubbia indole burlesca, ti colga una sera con il sapore penetrante del gin o quello ingannevole della vodka sul treno Moskva-Petushki, o molto più semplicemente vicino a Milano Lambrate, e più precisamente su una scacchiera colonizzata da bicchierini. A grandezza naturale c'è un momento in cui - brevissimo attimo sensibile - riesci a vedere te stesso con una chiarezza inusitata, cristallina, nell'atto di digitare il numero della tua carta d'identità sul form di un volo BGY-VLC a/r - gg.22/10/09-25/10/09, incorniciato da grandi strisce gialle e blu quasi a voler sottolineare quel che stai facendo. A posteriori, sbraiterò al telefono con mio padre perché ritiene fermamente che io voli con "una compagnia che cade". Ma poco importa. Di quel momento io conserverò, d'ora in avanti, un ricordo fondamentale del mio percorso d'identità, e non solo di quella carta che, in fin dei conti, serba di me poche notizie (e fittizie, leggasi alla voce altezza, ndr).
E' passato un po' di tempo, ma è nitido il sorriso che mi si dischiuse scendendo dal velivolo. L'apertura del portellone, in precedenza, mi aveva procurato un lieve scompenso, non sapevo cosa attendermi: sapevo solo che quel giorno avrei dovuto fare gli auguri di compleanno a due delle donne più importanti della mia vita, e che una l'avrei rivista di lì a qualche fermata di metropolitana. L'attimo di smarrimento si dissolse rapidamente: la brezza che avvolgeva il mio capo imbacuccato per resistere ai cupi 4°C del mattino meneghino, il sole scintillante e il riverbero che ne riportavano gli occhiali da sole del personale di terra dell'aeroporto mi convinsero subito a sentirmi meglio che a casa. Chiedo la planta del metro, por favor bullandomi della mia pronuncia inequivocabilmente castigliana (come dissero Y.-J.-I.) e mi godo i bracci serpeggianti delle gallerie sotterranee riportati sulla mappa, individuando subito il mio obiettivo: Angel Guimera. E mi godo anche, spegnendo furtivamente il lettore musicale, la musica spagnola che risuona ad ogni parola che pronuncia la gente valenciana, in cui s'inserisce un "anvedi ahò, certo che 'sta Valencia è proprio figa" preposto a rovinare il mio bucolico momento di gratitudine all'iberica glottologia. Finalmente riemergo dalle viscere del suolo. Lo immagino come un parto immaginario della terra, che mi caga letteralmente in un posto totalmente diverso da quello da cui ero partito.
Da quel momento, e per tre giorni, ho capito tante cose di me. Forse fu la fuga, forse le ansie accumulate nelle ben più delle cinque giornate di Milano, fatte di pioggia e università, prove che chiamavano a gran voce un pronto debutto, relazioni pericolose, domande senza risposta e poi ancora pioggia, domande e un velo di tristezza permanente. Forse fu la fuga da tutto questo assieme al bisogno fisico di sentire il mio corpo disteso e i pensieri decontratti. Forse, poco dopo, è stata la paella consumata in concomitanza con un battesimo in un paesino vicino alle risaie. E subito dopo, un'ora a guardare il mare andare e venire, senza la maglietta, i piedi nudi, una sposa col suo sposo ad immortalare il momento della loro promessa. O le passeggiate per il centro storico, e quelle nel parco che era, un tempo, il letto d'un fiume ormai disseccato. Oppure le temperature quasi estive nel cuore dell'autunno, generate da chissà quale strana equazione meteorologica, e le persone piene di sole e di vita, e in maniche corte e calzoncini, a guardare la Arena de Toros col naso all'insù. Ed io lì in tutti i colori della città e in tutte le dolci curvature degli edifici, e in cima alla torre, a contemplare la carta d'identità nel mio portafogli e a sentire il mio cuore che batteva un bolero, e a ripensare alla strana casualità, a quella medesima sensazione di benessere che mi aveva già solleticato leggendo BCN, MAD, LPA nelle mie precedenti fuitine nella terra dei conigli (ma solo per etimologia, s'intenda bene il nesso!), al piacere di sentire la lingua in bocca già predisposta alla jota, quasi per sua naturale inclinazione; e poi, come non rendersi conto che non poteva essere casuale la mia predilezione per il giallo ed il rosso accostati insieme, il mio sostenere Rafael Nadal contro Roger Federer, la mia interpretazione di El Blanco?
Tutto lasciava presagire un rientro traumatico. BGY era stata la sede di una felice partenza, e ora si trasformava in un'aguzza trappola per piccioni sulla quale io avrei poggiato il sedere con fare piuttosto masochista. Io temevo che avrei sofferto per giorni la mancanza della mia bella Spagna, in barba a chi professa il verbo della saudade lusitana. Avrei sofferto l'aggressività di una Milano ossessivo-compulsiva sempre dedita ad un ritmo dell'esistenza scandita dal passaggio del tram. Mi sarei progettato il modo di far parte di quel mondo, ma solo attraverso clamorosi viaggi mentali che, nei casi più disperati, mi avrebbero condotto a farmi scambiare per argentino dal signore che mi porta solitamente la pizza a domicilio, e a dialogare in spagnolo con un tipo piuttosto ganzo conosciuto tra un Vodka-Martini-Lemon e un Negroni nella domenica notte più cool della Milano che schecca.
Ebbene, è le cose sono andate proprio come avete vi ho detto.
Ora, però, mi sono appena accorto che è lunedì sera, mi fa male l'addome, e dietro di me ci sono i Simpsons, il che significa che Studio Aperto aveva biecamente vegliato di me sino ad ora senza che io me ne accorgessi, mi sono accorto che domani ho una lezione di filologia e fuori fa freddissimo, e che sarà così anche domattina, e che, insomma, sono in Italia e non in Spagna, come credevo fino a qualche minuto fa, prima che iniziassi a scrivere quest'ultima frase.
Un po' mi viene voglia di andarmene via, un po' mi viene da piangere perché mi manca il coraggio, un po' mi dico che è ancora presto e che ci devo riflettere bene su. Intanto, ho scovato un sito che migliorerà la mia grammatica spagnola che non ho mai studiato, ma in sole trenta lezioni.
Dopo, decido.

sabato 17 ottobre 2009

Mi scusi, non ho capito.

A conti fatti, non è che sia tutto proprio chiaro chiaro. Voglio dire, io ce la metto tutta per cercare di dare un senso concreto agli avvenimenti, alle scelte che intraprendo, alla sfiga che ciclicamente si abbatte sul sottoscritto.
Stasera ho voglia di uscire fuori dalle righe. Di togliermi qualche sassolino dalle scarpe (perché ne ho così tanti da potermi permettere di pluralizzare il detto, che invece prevede che i sassi siano solo in una delle due). Insomma voglio scrivere un post incazzato. Niente immagini poetiche, niente metafore, stasera non mi va.
Orbene.
Ci sono molte cose che non ho capito.

Innanzitutto, non ho capito perché cazzo oggi è venerdì sera, io ho avuto una settimana massacrante, anzi no... riformulo. Non ho capito perché cazzo, a seguito dell'ennesima settimana massacrante, io sia a casa di venerdì sera, quando dovrei essere ubriaco marcio a molestare un portone da qualche parte, scambiandolo per un aitante giovanotto.
Non ho capito perché due ore fa non ho realizzato di avere una bottiglia di vino nella dispensa, perché a quest'ora starei dormendo, totalmente sbronzo, e di certo non scriverei questo post.
Non ho capito perché non c'è della marijuana nella scatola delle sorprese.
Non ho capito perché, nonostante mi sia ripromesso, con il cambio di casa, di non fumare più in camera da letto con le finestre chiuse, io stia pedissequamente continuando a farlo. Anche in questo preciso istante.
Non ho capito perché amo quello che faccio, eppure ne sono dilaniato, visto che mi rendo conto che mi ritroverò, in futuro, con una pletora di porte chiuse davanti, con una serie di mura davanti al mio percorso, ma soprattutto non ho capito perché vengo spronato a continuare su questa linea.
Non ho capito cosa piace di me alle persone, perché in giorni come questi mi faccio schifo da solo, e vorrei sputare dinanzi a me implorando l'esistenza dell'effetto-boomerang.
Non ho capito perché cazzo io sono sempre la persona giusta al momento sbagliato, e quando non mi viene detto palesemente in faccia, finisco per dirlo io stesso e per convincermene da solo.
Non ho capito perché continuo a mangiare, mangiare, mangiare e non riesco a saziarmi.
Non ho capito perché tra persone adulte e consenzienti non si possa evitare mai di fare stupidi giochetti del tipo: "Vediamo chi chiama per primo".
Non ho capito perché vivo in una nazione che non mi riconosce uno straccio di diritto, e, parlando di diritti, non ho capito perché cazzo ci siano una manica di stronzi al governo che si arroga il diritto di sostenere che sono deviato e che riesce a convincerne una buona metà degli italiani.
Non ho capito perché la casa dei miei sogni costa seicentomila euro.
Non ho capito perché ho sempre voluto una casa tutta mia a Milano e, improvvisamente, l'idea di mettere radici qui mi faccia una paura colossale.
Non ho capito perché, dopo quattro anni, per la prima volta, in un mattino grigio e inaspettatamente gelido, ho sentito il bisogno di fuggire da qui e rifugiarmi nel tepore di un'isola spagnola circondata dall'Oceano Atlantico, lontano dal mondo, lontano da tutti, dalla mia routine, dai miei doveri.
Non ho capito perché la mia ex coinquilina mi tartassa quando le ho già detto mille volte che le farò sapere io quando mi restituiranno i soldi della caparra. Sì, sto parlando del paguro della Trinacria, proprio lei, e almeno, in tutta questa faccenda, ringrazio non so quale divinità per il fatto che non la rivedrò mai più. Mai.
Non ho capito perché, in momenti come questo, mi viene voglia di trasgredire.
Non ho capito perché, in momenti come questo, mi viene voglia di andare a letto col primo che mi capita a tiro.
Non ho capito perché non riesco più a districarmi tra i miei sentimenti e non riesco a distinguere tra un amore consunto e un senso di affetto che non mi abbandona.
Non ho capito niente, niente, niente.
E nonostante mi renda conto di non aver capito, continuo imperterrito a non capire, a pormi domande, a rifiutarmi di rispondere, ad evitare di rendere conto a non so chi, forse in primis a me stesso.
Umore color caffè nero bollente. Ma che cazzo.

mercoledì 30 settembre 2009

Tutta l'anima che c'è

Secondo piano. La vista è sempre stata quella. Lo svettante grattacielo che si arrampica al di sopra di tutto il resto, e due palazzi; e in fondo, il tabacchi, quello con la proprietaria che il primo anno non mi salutava, il successivo accennava un sorriso, al terzo mi guardava con interesse (ma sarà stato reale?), al quarto addirittura pronunciava compitamente: "Arrivederci!", con il mento sporgente e gli occhiali sulla punta del naso. Rientrando, c'è sempre il venditore di britannici prodotti; e svoltando l'angolo, dopo il tatuatore, in una strada di estense reminiscenza, il portone. Quel tappeto rosso. La custode, la prima custode della mia vita, la migliore delle custodi possibile, candidamente parlando.
Tanto ottimismo nell'aria, quel gusto di familiare confidenza anche con gli inquilini più riservati, quel tanto che basta per farti pensare, con una smorfia di malcelato fastidio: "Che cafoni".
Stabile signorile, tre locali più bagno e cucinotto. Si osservino i tavolini rossi, pieghevoli, funzionali... ma non poggiateci mai entrambi i gomiti: il peso della testa, no, non lo reggono! In mezzo ci sono io. A destra variazioni sul tema in tempi di lauro, a sinistra, invece, manifesta la sua strenua resistenza il paguro della Trinacria. Affiancato da cotanta meridionalità, io sono nel mezzo, come la virtù, come il bastone per le ruote, come "tabacco" tra "Bacco" e "Venere". Intorno a me tutto è un po' più bianco, più vuoto del solito. Radio DeeGay suona sempre anche a quest'ora, mentre l'ultima canna si consuma al ritmo delle Pussycat Dolls.
Affittasi. Metropolitana MM3 a 5 minuti di cammino. Un cammino che ha consumato l'asfalto davanti al "Quadronno", nelle notti in cui le sigarette erano finite. Appunti sparsi per le ultime incombenze, le lenzuola disfatte dall'ultimo sesso che vedrà questa stanza: ed è stato intenso come le si doveva. Quattro anni di vita li lascio qui, nascosti sotto quelle listelle del parquet che sono un po' più sollevate, proprio vicino alla finestra. La ringrazio perché è stata il mio rifugio per i quattro anni più significativi che io ricordi; perché mi ha tenuto chiuso e obbligato a fare i conti con me stesso e nessun altro; perché mi ha costretto a studiare scempi letterari anche nelle prime notti estive che imploravano lacrimose "San Lorenzo! San Lorenzo!". E che estati, quanto sudore versato, quante correnti d'aria disperatamente invocate e mai arrivate, quanti pianti impregnati sulle orribili lenzuola anni '70 coi ricami marroni e i fiori stilizzati color arancio.
Una stanza ha un nome, un cognome, e i nomi di tutti coloro che vi sono trascorsi. Una stanza odora di te, conserva di te lo spirito e gli umori. Si imbeve del tuo fumo, del tuo puzzo, delle piastrine antizanzare, del cibo cinese consumato seduto sui cuscini etnici, del vino, delle battute scurrili e sboccate, dell'erba, di sperma, del suono del telefono che annuncia l'esseemmeesse. La mia stanza talvolta mi racconta la mia storia e mi ricorda chi sono, perché sono, quanto sono innamorato d'amore e di odio di quello che sono, del mio essere Giano bifronte, ansioso, speranzoso, luminoso, illuminato, drogato, mai sbarbato, irriverente-deficiente-saccente intimamente, intimidito dal futuro e aggrappato al mio passato.
Quando lasci una stanza succede qualcosa di strano. Si stringe la gola appena inizi a impacchettare la tua storia dentro scatoloni per alimentari di scarsa qualità. Poi avresti voglia di piangere perché, tutto sommato, ti domandi se era proprio necessario separarsi da quel luogo così radicato nella tua quotidianità, quella buona, quella che ti dà la certezza di appigli concreti quando hai bisogno di fare i conti con te stesso. Ma dopo un po', passa, perché prendi coscienza che la fine di un contratto è come il sipario che scende tra due atti: la sospensione degli sguardi, il momento di distensione, l'attesa dell'atto successivo. Della prossima casa. Della stanza che, per forza di cose, devi farti amica, dandole tutta l'anima che c'è in te per renderla più simile a quell'altra.
Stanotte lascio. Domani si cambia casa. Mi serve da morire.
Besame, besame mucho
como si fuera esta noche la ultima vez.

giovedì 3 settembre 2009

En mort de l'été

Cullato da amniotiche onde, a guardare l'affiorare della sera, sopracciglia aggrottate, orizzonte falsato dal mare in movimento; torcendo la barba troppo lunga con le dita nervose, e poi giocherellando con l'anello al dito medio: ora si sfila, ora s'infila, ora rotea sul palmo della mano destra, poi stretto nel pugno per saggiarne l'effettiva argentea durezza. Un brivido scuote il mio corpo: c'è la brezza.
Stagione di intese mancate, e l'autocontrollo se ne va per la tangente. Balzano in mente ricordi di note acute e prolungate, e di percussioni che scuotono nottate in tono maggiore; smargiassi, forse un po' villani per quel modo di fare e di dire triviale che facilmente s'individua nella grossolana attitudine d'un bifolco alle espressioni colorite del linguaggio.
Momenti in cui ho seriamente pensato che le esperienze negative si trasmettano come la più infettiva delle malattie. E così diventa consuetudine il condividerne la sofferenza che ne sgorga. Domande insistite, risposte tormentate: perché non riusciamo a capire cosa gli altri veramente vogliono, veramente pensano. Nel mentre, innumerevoli tazzine di caffè si accalcano su un tavolino sullo stabilimento balneare, e altrettanti mozziconi campeggiano a testa in giù in un sottovaso riempito di sabbia. Sembrano struzzi. Sembriamo noi che sentiamo ma non vorremmo ascoltare.
Notti di papi, papesse e confessioni, notti di tarocchi e di appesi; notti di danze presso spiagge siracusane e di completa inconsapevolezza alcolica; notti inattese con qualcuno di speciale che, ormai, nemmeno ci credevi più che fosse possibile; notti uniche, ma anche ultime, prima di qualche arrivederci che sembrerà non passare mai. Un pino marittimo come unico compagno e amico fidato, a custodire le nostre parole preziose come perle selvatiche, e tu, amica che te ne vai, ma in fondo resti, e come mi mancherai, mia piccola amica, nelle notti come questa in cui sei l'unica che ancora mi invia sms sul cellulare.
Ricominciare, ricostruire, cambiare, impacchettare, trasportare. Ancora un mese qui, poi andrò via. Un nuovo ciclo, qualche incertezza, infiniti quesiti. Suonano i Portishead. Gorgoglia il mio stomaco, e niente nella dispensa.
Un dubbio immenso.
Ciò che resta di un'estate che ho visto morire, in spiaggia, al suono sordo di una pallina. Impattava una racchetta di legno.
Tloc.
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