domenica 28 giugno 2009

My Huckleberry Friend


Ci sono gesti fatti di spontanea semplicità. Ad essi ci si appresta con quella noncuranza che ne rispecchia la quotidianità. L'irrilevanza. 
Ci sono i gesti che riceviamo dagli altri. Essi sono verbali, il più delle volte: sono singoli se concentrati in una sola parola, altrimenti si chiamano chiacchierate. E poi ci sono quelli fisici, non verbali. Uno sguardo, un bacio, una carezza. Questi sono i gesti fisici che amo di più perché veicolano attenzione, amore, affetto. Delle volte mi domando se io vivo più per riceverli, o per donarli. Ma ancora non sono arrivato a una conclusione.
Tuttavia, non è questo il punto.
Il punto è che i gesti, qualsiasi essi siano, presentano un radicale difetto: e cioè, la loro interpretazione. Non c'è gesto che non tradisca un'intenzione. Poi, è chiaro: alcuni gesti si interpretano con estrema semplicità. Se io regalo una rosa a te, è perché, in un modo o nell'altro, ti amo. Di certo non lo faccio perché non ti voglio bene, tutt'altro. Altri gesti, invece, sono più complicati da capire. E' come quando, a scuola, ci insegnavano come risolvere un'espressione di algebra. Dalle più facili, si finiva con quelle piene di parentesi di ogni tipo. La soluzione, c'era sempre. In questo le espressioni di algebra si differenziano dai gesti che le persone si scambiano. Non sempre è possibile arrivare ad una soluzione univoca ed inequivocabile. Ecco perché, spesso, ci consultiamo con le persone che più ci sono vicine e che sono più sincere con noi per cercare di capire se quello che noi pensiamo di un gesto sia una possibilità accettabile o meno. Insomma, si cerca un confronto, o un riscontro, o un'affinità di vedute. 
A questo punto, viene da domandarsi perché noi cerchiamo certezze al di fuori di noi. Soprattutto, viene da domandarsi perché, tante volte, non ci sentiamo capaci di decifrare il significato di un gesto da soli. La risposta, credo, è che abbiamo paura di sbagliare ad interpretare solo col nostro intuito, perché non ci sentiamo infallibili in materia di intuizioni. Ma perché avere paura? A dire il vero non lo so con precisione. Potendo rispondere solo per me stesso, secondo la mia esperienza, direi che la paura ci viene perché abbiamo paura di perdere qualcosa, o qualcuno, o forse un desiderio, un'aspettativa, un sogno a lungo coltivato dentro di noi. E' normale, penso, che quando vedi qualcosa che piano piano sembra realizzarsi, come quando un fiore sta sbocciando, hai paura che sia solo un'illusione, e che tutto possa svanire all'improvviso. E' che non siamo capaci di fidarci del tutto degli altri, secondo me. Conosciamo noi stessi e il nostro grado di sincerità, ma non conosciamo abbastanza gli altri da poter dire con certezza di aver compreso appieno le loro intenzioni. E' per questo che, se io regalo una rosa a te, ho chiarissima la mia intenzione; ma se sei tu a regalare una rosa a me, io mi domando se l'hai fatto così, per fare, oppure se il tuo gesto è mosso dalle stesse sensazioni e dalle stesse emozioni che provo io. Da dove vengano le paturnie, purtroppo non ne ho idea. Forse è il nostro passato che ci suggerisce alcune esperienze già vissute. Per questa ragione noi andiamo dagli psicologi, perché ci aiutano a dare un significato al nostro passato, in modo da etichettarlo, accettarlo, metterlo in un baule e chiuderlo nella memoria a doppia mandata. 
Non è giusto, però, che si debba vivere con queste paturnie. Il nostro passato è passato, perché continuare a incaponirci su cose che non per forza devono ritornare? Non è forse vero che tutti siamo diversi, e nessuno è uguale a un altro? Forse allora vale la pena di dimenticare le brutte esperienze vissute. Forse vale la pena di sperare di andare insieme nella stessa direzione. Certo, spenderemo sicuramente un pezzetto di cuore, magari qualche lacrima scesa a tradimento dagli occhi. Ma io voglio esortare me stesso, e voi, e tutti, anche se siete un po' inquieti come me quest'oggi, a vedere le cose in positivo. Anche se ci sembra di avere uno spesso banco di nebbia dinanzi alla vista. Il futuro è imprevedibile, e a volte regala anche delle sorprese inaspettate. Un po' come quando ci pare impossibile che meno per meno fa più: eppure è così! 

"Two drifters off to see the world,
there's such a lot of world to see.
We're after the same rainbows end
and waiting round the bend,
my huckleberry friend, Moon River, and me."


sabato 30 maggio 2009

Presenze, Bagliori

In un tenue barlume di note, quando le luci si abbassano, è più facile vedere le rare lucciole: nascoste nel roseto di un'essenza disperatamente breve, esse conducono agli occhi il miracolo di bagliori intermittenti, come mirabili granelli di seta iridescente; di quella mantengono la fragranza esotica, la curva sinuosa, il moto continuo di ogni fibra che la tiene insieme. Mi sono sorpreso nello scorgerne una, che sembrava sorreggere la notte col suo timido volo, l'altra sera, tra le tenebre di un albero notturno: era serena. Fluttuava incurante del turgido buio, come un lampione che affonda la sua anima in una trincea scavata nel cemento; così ne veniva a me quell'identica fierezza, nel suo sparire e riapparire perpetuo, nell'inutile certezza del suo essere effimera, e tuttavia non turbata, non terrorizzata. 
Quel motivo fatto di aeree rotazioni e intarsi luminosi ha varcato la soglia dei sensi, spinta più in là dalla vita che le avrei tributato come restante; nel bizzarro tentativo di annotarne su un taccuino immaginario l'epitaffio, è balenata a fior di pelle l'idea che l'uomo concepisce della durata e della persistenza. L'importanza del tempo che ci rimane non ha forse lo stesso influsso d'una carrozza che già sbuffa e che non attende il passeggero ritardatario? La paura feconda il tempo del suo seme nefasto, e genera la fretta, l'ansia di giungere - e il dove non conta. La miriade di stelle continua a scintillare presso il cielo scosso dagli orologi. 
Poi, d'improvviso, un rintocco solenne urta il mio petto dall'interno. Vedo le mie labbra, i miei denti, la mia lingua riflessi in uno specchio, stretti nell'espressione contrita del disappunto. Scopro che non amo il tempo, che soffro le attese, che lamento il ritardo, e compiango la mia misera condizione di essere immerso in un fluido abrasivo. Il tempo. E mi logora, smussa gli angoli dell'anima, chiude le grotte, si spacca in crepacci profondi. Cerco di inoltrarmi e vedo le vite degli altri nella mia vita, racchiuse in una bolla di fragilissimo vetro; non resisto, la rompo, e quelle ne schizzano fuori come impazzite. Brillano nel buio delle mie caverne: sono lucciole, e tracciano la loro scia in un buio che olezza di chiuso e di muffa. Ma ora spandono un nuovo balsamo, più dolce, più gradevole, simile a quello dei semi di girasole nei campi di maggio. 
Le lucciole sono passate di qua, ne sono sicuro: c'è ancora profumo di polvere di stelle. 

lunedì 11 maggio 2009

Ipertrofie Sensoriali

Lo sguardo bieco dei cieli nuvolosi spande sulla terra stillanti profumi di pane croccante e farina. La vita intorno, quella dei venditori di fiori al bordo della strada, e quella della donna allampanata che se ne sta, raminga e impiastricciata di trucco, vicina al solito semaforo, non sembra essersi fermata; così la sensazione del ritorno è rimasta come congelata, banalizzata dall'immobile quotidianità di una Milano già calda di prima estate. La cavalcata interiore del mio orgoglio e della gioia è andata in crescendo al piccolo trotto, avvalendosi del diritto di una certa predestinazione; è quando si ha l'impressione che il destino ci abbia posato la sua mano carezzevole sulla nuca, e anziché colpire, si sia limitato a sfiorare dolcemente, con atteggiamento quasi paterno e protettivo. Con gli occhi socchiusi e le spalle rilassate ho goduto della fortuna che mi era capitata, senza mai separarmi da quel senso di franchezza che accompagnava il mio viaggio insieme a lei. Sovrapponendosi alle immagini della mente, le figure di un ambiente noto eppur nuovo perché vissuto in maniera più autentica e durevole hanno fatto da sfondo ai tanti giorni, ancorché pochi, in cui il sogno si è materializzato in una piccola, ma palpitante realtà. Al passaggio in via de' Cerchi tutto sembrava rivestito di un'aureola dorata di sole. In me ha rivissuto la città vecchia, ammantandosi dei suoi atavici conflitti e del suo splendore rinascimentale che oggi ne atrofizza la muscolatura sopita dal fasto passato. Così io, nuovo, abbigliato in vesti inconsuete, pestando con le suole il mattone e la pietra e il marmo antico, finalmente dispiegato all'aria del maggio già odoroso come una vela alla brezza marina. 
In poche immagini catturate al tempo e al vento incostante riconosco la mia larva che non sa ancora parlare, che non sa ancora camminare; l'osservo con una tenerezza indicibile, quella parte di me che stenta a sbattere le ali. Penso che così si senta la madre di un cucciolo, che tramuta la sua apprensione nella calda accoglienza del suo seno, memore del piccolo che le è stato strappato dalla morte e per cui ancora si duole, d'una colpa che non si decide a perdonare a se stessa. 
Sto comprendendo che non sbaglio a rivalutare negativamente certi aspetti della mia storia. Per essa ho scritto e parlato, per darle voce ho prestato il mio corpo, e le mani e le gambe e il petto. Non provo rabbia. O rimorso, né rimpianto. L'eco lontana dell'ultima lacrima si spegne in una grotta che forse non sarà più scoperchiata; forse che ai recessi del cuore non è dato riemergere? La vaghezza la cerco fuori da me, in uno sguardo o in una parola detta con maliziosa voluttà; la trovo nell'ultimo bicchiere vuotato mentre il mio mondo si squaderna sotto ai miei occhi, e con un sorriso l'arrotolo come una mappa che ormai non serve più, ché la strada è già trovata, l'orientamento è ormai recuperato. 
In questo istante io capisco, io so che dipendo solo da me stesso e dalle mie azioni; io capisco che la paura di essere il vero responsabile è, in verità, il preludio allo schiudersi d'un uovo. Allora il guscio sarà finalmente rotto. Io capisco che devo ricacciare indietro il timore delle scelte della vita. Io imparo stanotte il valore del coraggio che finora m'è mancato. 

domenica 19 aprile 2009

Esperanza

Ci sono giorni in cui la pioggia è anestetica. Bagna ogni cosa con fervente solerzia, produce un ronzio sordo, rotto solo di tanto in tanto da un bagliore; e allora arriva il temporale. Le gocce si fanno sempre più fitte, picchiettando come impalpabili scalpelli la nuda pietra. Ciascuna fibra organica o inorganica s'impregna di liquido celeste, si scuote nell'aria umida cercando di divincolarsi dall'acqua, e vi riesce, ma solo in apparenza; quella penetra nel profondo e la alimenta, le dà vita per resistere al prossimo sole che si cimenterà nel tentativo di seccarla. 
Il mondo su cui piove, e che lascia filtrare in sé gli scrosci stillanti come crema di latte che versa da un seno: ecco l'immagine che ho oggi di me stesso, in questo domenicale pomeriggio fiaccato dal grigiore; eccomi lì a nutrirmi malvolentieri di un succo d'ignota provenienza - so solo che giunge dall'alto, ma le nubi non mi convincono in pieno; ecco il gambo, ecco lo stelo che cerca di spuntare dal mio cuore; ma il cuore non è più fertile terra, è ora sabbia e sale e indocile granito. S'è spenta adagio la flebile luce, come tenere labbra si chiudono dopo un bacio intimidito da labbra più esperte. Sono bocche avide e mani rapaci, e sgualciti indumenti volare su pavimenti dalla variegata geografia; e conoscere a memoria la mappa di un corpo familiare, ogni scossone, ogni reazione; e il sussultare al pensiero di una lingua calda che percorre un versante del collo, e lentamente sfiorare una nuca, una spalla, un capezzolo; e gli oggetti stessi che sospirano atmosfere di conturbante intimità, quando il pudore è rimasto a sgocciolare dietro l'appendiabiti; questo il mio latte, questo il mio odierno nutrimento. Ai miei virgulti ho dato cibo pregiato che non posso più permettermi di elargire. La dispensa si è riempita all'improvviso di ricordi sconsiderati, inappropriati, inestimabili, e in un baleno ha ripreso a svuotarsi nuovamente, io bulimica creatura, io spezzato, vergato, disarticolato essere, terra inospitale, corpo freddo, casa abbandonata. Penso così che l'uomo sia come un albero malato, il quale cerca di resistere alla sega avida di potatura; e l'albero non può niente, lascia che il metallo recida il ramo inaridito, piluccato da famelici insetti dove una volta fiori preziosi innalzavano il verde all'idea più perfetta di perfezione. Il ramo cadendo solleva le polveri, sembra di udire un grido che si duole dell'amputazione del suo arto, come l'uomo lamenta la perdita dell'amore: a volte nell'urlo, ma spesso sommessamente, imperlandosi dell'inutile dignità agli occhi di se stesso, occhi ancora umidi di una lacrima che tarderà a discendere. 
Ma poi arriva la pioggia, nuovamente, a sciacquare il rossore delle guance, le mani violacee di vene rilevate dal battito. La pioggia si porta via le navi che solcano, raminghe, il mare dell'anima. La quiete torna a tamburellare sui vetri della stanza, il fumo riprende a volteggiare verso l'alto, le note di Esperanza Spalding ritornano ad essere carezze d'inattesa consolazione, anch'esse anestetiche, come la pioggia che lava il mio sguardo ferito, quello di un cucciolo che si lecca la zampetta piagata, ma già pensa al gioco futuro che l'aspetta, incurante del presente perché non ne concepisce l'entità o il valore. Gozzoviglia la natura, banchettano le foglie, si dissetano i terricci, risvegliate le chiocciole, anche questo giorno sta finendo, e io aspetto il fiorire del Giglio. 

domenica 15 marzo 2009

L'ultima chicane

C'è chi guarda il mondo seduto su un marciapiede, in una notte vuota di luna e stelle, in cui le auto hanno dimenticato di accendere i fari eppure continuano a scivolare sull'asfalto delle strade. E come quello che è seduto, ti ritrovi con la schiena poggiata su una fredda saracinesca annerita dal tempo e non vedi veramente, ma percepisci il movimento solerte e rumoroso di quelle ruote che macinano e schiacciano sassolini come olive nel frantoio. Poi ti accorgi che non sono le auto, e il marciapiede non esiste e il buio è solo quello della tua stanza che sembra accogliente per gli altri per sua stessa natura; così, immerso in questo boudoir denso di fumo caldo e sensazioni, le voci degli altri volteggiano ovattate nelle tue orecchie, eco lontane di discorsi poco interessanti eppure restii a tacere.
Sento l'odore dell'ultima curva di un circuito intrapreso tre anni e mezzo fa, quando un ragazzino diciannovenne ed ebbro di curiosità si inoltrava sotto volte a botte e a crociera, scolpite da mani sapienti già secoli fa, o per i chiostri immacolati, resi bizantineggianti da una luce di ottone, il sole dell'ultimo settembre: lo scalpiccio delle mie scarpe dalle suole di gomma, la gamba del jeans che strisciava nel cortile, il peso esatto di una borsa a tracolla patchwork, una kefiah avvolta intorno al collo forse per sembrare un po' più di sinistra. Guardo la scena e il sottofondo discreto è quello di un carillon che suonava il "Bolero" di Ravel. Guardo da fuori e riconosco me stesso agli albori di un percorso che si sarebbe rivelato tremendamente tortuoso di lì a qualche mese, con poche pianure e fitti tornanti ghiaiosi, infidi. 
A volte mi sento come Orfeo per questa mia ingrata tendenza a voltarmi all'indietro, e come lui sono risucchiato da immagini che mi fanno dimenticare che la mia strada è davanti a me, e con lei la luce, la fine di una foresta che forse è piuttosto un giardino botanico che io stesso ho coltivato, con paziente e sadica convinzione. La patetica visione di obliate memorie giovanili mi stordisce come i gigli in una chiesa ubriacano la sposa anemica, e mi ritrovo a constatare che sì, quello è passato, e davanti a me ho ancora nuove porte da sfondare, e dentro di me nuove stanze da aprire, rinfrescare, preparare per il nuovo e ignoto ospite. 
Avrei voluto essere più sereno, avrei voluto prendere la vita con maggior leggerezza, far soffrire meno persone di quelle che ho straziato, farne soffrire di più di quelle che ho invece risparmiato. Mi concedo ancora qualche minuto al tiepido sole di marzo, solo. Il posto accanto a me ha ancora impressa la placida forma di un corpo umano sopra i fili d'erba; ma il battito cardiaco rumoreggia nel petto e presagisce lo scoppio, io vorrei smantellare ogni costruzione, abbattere ogni casa, distruggere ogni oggetto, strappare le pagine di un lavoro che mi è costato un anno di ricerche per il solo gusto di vedere pezzi della mia vita consumarsi lentamente in cenere e fiamme. Poi mi fermo lì. Resto in piedi davanti al film delle mie iniquità e spengo con un gesto fulmineo, isterico, lo schermo. E ancora, e ancora, e ancora, invano, perché quello continua a scorrere, e vedo l'incendio propagarsi senza più il sonoro, ma sempre tremulo, palpitante. 
Tra quattro giorni io mi laureo, e il cuore mi fa malissimo.

giovedì 19 febbraio 2009

Febbre

S'è fatto febbraio già da un po'. Sono sottotono, lo ammetto, e il perché non lo so neppure io; ma tant'è, quest'anno va così, mettiamo in tasca e facciamo "ciao" con la manina. Però ho fatto cose buone. Ad esempio, ho finito di scrivere la tesi e già mi lodo e mi sbrodo da solo, come direbbe mia madre (che ama pure "ti faccio vedere i sorci verdi", ma i suoi alunni, poveretti, non capiscono). Ora è tra le mani del relatore, e mercoledì vediamo quanti segnacci rossi compariranno tra le pagine del sacro manoscritto: sì, lo chiamo "manoscritto", e lo pronuncio con voce strozzata e sforzata come lo direbbe un demone. 
Sono tempi di attesa. Direi che sì, Attesa è proprio una stagione della mia vita, è come una festa cristiana, come l'Avvento, il Natale, la Santa Pasqua o la Pentecoste: anche lì si attende che avvenga qualcosa, un miracolo, una nascita, o chissà cos'altro, e mentre un periodo scuro si chiude, l'evento aprirà una nuova era per gli uomini e le donne di buona volontà, il buio si chiude, la luce si apre, il mondo ricomincia da capo. 
Ma io, che non attendo il giudizio e non temo la condanna, vivo il mio momento con una fiacca resistenza agli accadimenti. Non gioisco, non sorrido al pensiero della novità, guardo i miei piedi e mi domando perché agli uomini hanno fatto credere che si poteva volare, una vera crudeltà; io vivo aspettando qualcosa che succeda e mi colpisca forte forte sulla testa, e che ne faccia schizzare fuori questa placida indifferenza alle cose che prima erano importanti, ai gesti che contavano davvero. Tutto è come avvolto in una veste di nebbia perenne e che non mi fa vedere, e sì che la nebbia esercitava su di me il suo fascino velato di mistero e di scoperta. 
Passo ore ed ore ad ascoltare Kate Bush. La sento così vicina, così perfetta, mi rassicura. Lei canta e sembra capire, perché mi viene incontro continuamente e mi accarezza con il canto e la melodia. Come una piccola luce. Come una flebile voce. 
Così finisce che mi addormento per un po'. Vorrei non ricordare i miei sogni perché mi turbano e mi mettono continuamente davanti a me stesso, nella loro verità. Sogno di perdere un aereo verso una meta e di scoprire di avere qualcuno alle spalle, come se già sapesse da parecchio tempo. E allora non so se quella figura corrisponde a qualcuno, o se forse non sono proprio io che mi guardo da fuori e osservo la mia piccola disfatta. Poi un telefono squilla, l'instant messenger trilla, il cellulare vibra, la testa è brilla, io mi risveglio. 
Riprendo a camminare in silenzio. Poi scorgo una vetrina dietro cui c'è il regalo perfetto per lui, sapete, domani si laurea, e io sto così. Vabbè. Decido di comprare quello che è l'oggetto del suo desiderio da anni ormai, lasciando nel negozio il mio secondo "ministipendio". E un rene. Ma farà la sua felicità. E la nostra? 
A volte un bel dono fa sorgere sulle labbra dell'amato un sorriso di stupore e occhi illuminati. 
E copre, lentamente, il fuoco che hai dentro, e non lasci che siano le parole a uscire, ma solo i denti nella bocca. A me ricorda, quel dono, questo dono, di tutti i miei ritardi, dei miei viaggi su frequenze diverse, del mio aprirmi e chiudermi a seconda delle mani che mi toccavano. 

martedì 20 gennaio 2009

Nox Nebulosa et Mediaevalia

E' così strano pedalare quando la città è avvolta dalla nebbia e dal buio. L'impressione è quella di entrare in una nube gonfia d'acqua e di fenderla, proprio come una lama affilata taglierebbe uno sbuffo di vapore. Milano è in questo frangente una nuvola gelida e ariosa, la terra esala sospiri silenziosi da ossa sepolte chissà quando; gli sporadici alberi longilinei si attorcigliano gli uni con gli altri formando un intrico di legno umido e ghiaccio. A volte mi sembrano braccia umane, innervate, che si intrecciano tra di loro. Sfreccio per Corso Sempione a cavallo delle rotaie di un tram che non può più passare, e mentre la sequenza di lanterne notturne crea mille e mille ombre nuove ed effimere, ma sempre identiche alle precedenti, la mia mente vola a tempi ormai dimenticati. 
E in fondo all'ultimo banco di fittissima foschia, proprio oltre il Parco, non c'è più il grande ago che contraddistingue piazzale Cadorna, e via Dante, piazza Cordusio, piazza dei Mercanti, non sono più lì, non è una notte d'inverno del 2009, ma un'afosa mattina inoltrata di maggio, o forse di giugno, del 1276 in una Arras in tumulto per celebrare la Vergine, tra commercianti di finissimi arazzi che caricano le merci da esporre alla Foire de Champagne. Passando per vicoli sterrati e viuzze lastricate, gli stuoli di donne della Waranche, rumorose e civettuole, come ogni mattina intonano un canto popolare mentre si apprestano alla tintura dei panni; in testa a tutte c'è Alice dal Dragone, che parla per quattro e zitta non sa stare; alla finestra della sua casetta, Mastro Enrico chiama a sé il medico della città per sincerarsi di non aver la gotta. "La malattia vostra si chiama avarizia, signore!", Egidio e Nanni se la ridono di gusto a sentir borbottare il vecchio spilorcio. E' passato appena mezzodì, ma la sguaiata Dama Dolce ancora non rientra dal bosco: si dice ch'abbia una volta incontrato il Diavolo e con lui si sia accoppiata senza pudore, e  da allora, tutte le notti, non può fare a meno di recarsi alla Croce del Prato assieme ad altre donne di malaffare per qualche diabolico consesso. Oggi nessuno più parla con Dama Dolce, tranne la bella Maria, o Marote, o Maroie: comunque voi la chiamiate, lei si volterà di certo e col suo sorriso di perla tra le labbra scarlatte vi farà una umile riverenza. Non v'è più bella creatura in tutto l'Artois, si dice, e nemmeno in Fiandra; ha ben ragione quel briccone di Richieri a dannarsi l'anima per non averle chiesto la mano tre anni or sono, e adesso si dispera al pensiero della sua moglie bisbetica e credulona. La verità fu che, in un fresco giorno di settembre, mentre le foglie d'autunno le contendevano il vermiglio delle gote e la grazia del passo di Maroie, essa andò in sposa ad Adam, abile poeta, amante impareggiabile, cantore dell'amor cortese. Quel giorno gli occhi suoi brillavano al tiepido raggio del sole. Eppure oggi Adam se ne sta solo, con intorno alle spalle il mantello di chi studia e l'abito di chi tutto il dì prega e ricopia chino allo scrittoio. Sogna Parigi, lo sventurato, come l'uccello sogna di ricongiungersi allo stormo che vola verso il Sud. Oggi egli rinnega la poesia, gli amici suoi e la donna che più non lo avvince. Guarda lontano verso la sua meta, al che tutti coloro che più l'amano gli si fanno dappresso, pieni di dubbio e curiosità... Sicché Adam s'alza ritto in piedi, si volta e il manto gli fa un'onda attorno al corpo mentre esclama: "Signori, sapete perché mi son cambiato d'abito?". 
Ma il resto della storia non si può rivelare. Dirò solo che tra poco raggiungeranno la cricca il vecchio monaco vagante devoto a sant'Acario, del quale reca le reliquie in una cassetta, e il pazzo spergiuro della città col suo povero padre spazientito. 
Io sono ormai arrivato al portone della mia casa, che è di nuovo a Milano, di nuovo in questa fredda notte di gennaio; infilo la chiave nella toppa e ripongo la bici al suo solito posticino nel sottoscala, e il seguito della tesi lo scriverò domani.
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