martedì 19 giugno 2007

Il siero della vanità

Vestirsi. Guardarsi nello specchio e pensare che l'abbinamento è decisamente merdoso. Che quella maglietta scazzotta vigorosamente con quel paio di pantaloni. Cambiare pantaloni, allora. Stessa maglietta. Ma forse era la maglietta il problema. Interrogarsi sui massimi sistemi e sul perché i capi d'abbigliamento, nel momento in cui vengono indossati, non sono mai come li si immagina quando li si estrae dall'armadio(in seguito ovviamente a tragici dilemmi rimasti per metà irrisolti) e li si depone delicatamente sul letto. Li guardi, e pensi che dentro ci starai una meraviglia. Macché!
Alla disperata ricerca dell'originalità perduta, questo poteva essere il titolo dell'ultimo capitolo delle mie serate in discoteca. Credo di essermi cambiato d'abito un numero improponibile di volte, prima di approdare alla decisione definitiva: un paio di jeans neri assolutamente neutri, a vita bassa, tenuti da una cinta di pelle nera con gli spunzoni di metallo che richiamavano il braccialetto, comprati in coppia al mercato di Senigallia e di cui sono diventato quasi schiavo. Infine, una maglietta color arancio acceso, a costine verticali, di un tessuto vagamente poroso, infilata nei pantaloni e chiusa da un cravattino nero. Avrei voluto farmi il codino alla maniera dei pellirosse, con i capelli raccolti solo nella parte superiore. Alla fine ho optato per la frangetta lunga sulla fronte. Guardandomi allo specchio ho pensato di essere bello, e la cosa non mi capitava da un po'. Ad accrescere il mio ego, ormai già ipertrofico dalle mie stesse considerazioni, ci hanno pensato i miei amici che, scherzosamente, mi rifilavano in continuazione pacche sul sedere, propinandomi osceni commenti sul mio didietro perfettamente impacchettato. E anche qualche pretendente che, notandomi ballare furiosamente in preda ai fumi del mio, anzi, dei miei inseparabili Long Island, ha mandato in avanscoperta l'amica di turno, la classica fatina dei gay insomma.
Ho scoperto di essere vanitoso. Di tenere al mio aspetto molto più di quanto immaginassi, nonostante io voglia far passare di me l'immagine del ragazzotto trasandato e dall'aria un po' zigana, tutto vizi e poche virtù.
Prendere coscienza del fatto che quanto ho sempre deprecato fa parte anche di me è stato una specie di sgradita sorpresa. Io che credevo di essere immune alla compravendita dell'immagine, mi sono accorto di non essere né più, né meno come tutti gli altri che se ne vanno a zonzo lustrandosi persino le unghie dei piedi, benché queste rimangano nascoste da calze e scarpe.
Forse che essere vanitoso sia una necessità cui gli esseri umani non possono rinunciare?
E' ovvio che apparire non è tutto. Ma c'è qualcosa, dentro, come un siero che non si può scindere dal sangue, un granello di ignota natura che ci costringe a voler sembrare belli e freschi anche quando non c'è alcun motivo per desiderare di essere migliori di quanto gli altri non vedano. Siamo potenziale merce esposta alla lode o al pubblico ludibrio. Siamo insalate che, per essere comprate, devono essere costantemente irrorate di acqua, affinché appaiano sempre vive e lucide sotto le luci dei riflettori. I riflettori sono gli occhi di chi ci guarda e ci giudica, volontariamente o meno.
Perché preoccuparsi di persone assolutamente sconosciute, del cui commento non ci interessa nulla? Mi viene da pensare che siamo tutti diversi a tal punto da dover fare di tutto per pubblicizzare noi stessi, che noi siamo meglio di quell'altro, che noi abbiamo più buon gusto, e il modo di vestire è la personale campagna di propaganda per sopraffare quella sorta di istinto primordiale che ci spinge a scegliere e ad essere scelti dagli altri. L'ennesimo tentativo di rimediare a quello che la natura ci ha dato con i tratti somatici, con il tono della voce, con il modo di camminare. E non si può che ricorrere all'estro, alla fantasia, alla creatività: perché, in una certa misura, scegliere come vestirsi equivale a mostrare una parte più profonda di sé, l'anima razionale ed incosciente che si manifesta nella scelta dei colori e degli abbinamenti. Da un problema esistenziale diventa un gioco in cui si ritorna ad essere animali, come fossimo tutti uccelli, con la differenza che questa volta si può decidere con quali piume sedurre il partner.
E' tutto un gioco di sguardi e seduzione. Perché essere seducenti è divertente, lanciare languide occhiate senza alcun fine è addirittura esilarante. Richiamare l'attrazione del circondario delle bestie di un certo habitat è un'immancabile occasione per dimostrare prima di tutto a se stessi che si vale ancora qualcosa, soprattutto quando abbiamo bisogno di ingenti iniezioni di autostima. Perché tutti ne abbiamo bisogno, anche quando siamo all'apice del benessere. Nella vita c'è un costante bisogno di conferme.
Le mie conferme ce le avevo già.
Ne ho ricevute di altre, inattese e gradite.
E sapete che cosa? Alla fine... mi sono divertito!

mercoledì 6 giugno 2007

Mi casa es tu casa - un amore che non scricchiola

Ho sempre avuto una certa predisposizione ai voli pindarici. Certo, non ho mai negato a me stesso che il futuro m'inquieta, almeno nella misura in cui mi obbliga a confrontarmi con l'ambizione. Ma nei rapporti umani è tutto così diverso. Così sensazionistico. Così tremendamente concreto ed irreale al tempo stesso; difficile conciliare l'impalpabilità dei sentimenti con la fermezza dei fatti. Riuscire a dar loro una forma stabile, immutabile, serena.
L'amore è come una casa, si dice. Per questo s'incomincia dal basso. Forse è il motivo per cui sarei un pessimo architetto. La prima cosa che progetterei sarebbe la balconata con la veranda, all'ultimo piano, per godere della vista della città, di notte, quando lontano dal rumore del traffico, si sente soltanto il labile riso del vento che scuote le edere, e i gerani. Perché proteggono dalle zanzare, si dice.
Una volta sognavo di cascine di campagna, circondate da una quiete fatta di lucciole e frutteti, immaginando di attraversare, al tramonto, sentieri di terra battuta, costeggiati da viti e ulivi, rigogliosi, protettivi, placidi nella loro immobilità. E sognavo di condividere tutto questo con il ragazzo del momento. Poi, d'improvviso, lo scenario cambiava, così come cambiavo compagno. E allora si passava alla villetta presso Parigi. Alla casupola di pietra bianca senza il tetto, vicino al mare, nell'Europa del Sud. All'attico del più avveniristico grattacielo mai costruito, ma sempre dettagliatamente immaginato.
Qualcosa, poi, è cambiato. Sono passati i compagni, sono passate le case imponenti. Forse perché ho cominciato a pensare che non era vero quello che dicevano, che l'amore fosse come una casa. Ho avuto paura che fosse una macabra bugia, e che "questo amore" altro non fosse che una fragile capanna fatta di materiale pesante e scomposto, pronta a crollarti addosso alla prima tempesta di vento e parole. Allora ho cominciato ad uscirne, prima del collasso, per non procurarmi ferite troppo profonde per essere curate. Ma non devo essere stato l'unico ad averlo pensato. Qualcuno mi ha preceduto nell'evacuazione. Qualcun'altro è rimasto dentro, e l'ho visto lasciarsi sotterrare dalle macerie con lo sguardo e la mano tesi verso di me, pietosi, nella speranza che io sarei stato pronto a tornare indietro, a morire da eroe. Ma io non sono un eroe.
Ho vagato a lungo con il fagotto sulla spalla, come un clochard dei buoni sentimenti.
Tra ricerche disperate, alloggi precari, piccole soste. Desideri, illusioni, rifiuti, stanchezza.
"Questa casa è troppo grande per me".
"Questa casa è troppo piccola per me".
"Questa casa non è un albergo, non puoi fare come ti pare".
Scorticando l'intonaco delle stanze fino con le unghie, per cercare il cemento armato che puntualmente si rivelava deludente cartongesso, di pessima qualità, per giunta.
Finché l'ho trovata, una casa. Giusta, non troppo grande, non troppo piccola. Sarà alta un metro e settantotto circa, ed io ci sto dentro, e un po' di spazio ci avanza pure. Mi è piaciuta sin da subito, perché era tiepida ed accogliente. Eppure ho esitato, all'inizio, perché temevo che l'affitto fosse troppo caro. Poi ho scoperto che non l'avrei dovuta comprare. Era in regalo, ma il proprietario cercava qualcuno che fosse in grado di apprezzarla davvero, per quello che era. La gente è strana, troppo pretenziosa, si dice. Eppure a me sembrava bellissima, la più bella che fosse mai stata costruita.
Mi sono fatto lasciare le chiavi, promettendo a me stesso che non avrei deluso le attese del padrone. Così è iniziata una serena convivenza che dura da poco più di sei mesi. Le dedico mille attenzioni, non la trascuro mai. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo che mi affascina, una mattonella che nasconde un tesoro, una soffitta con bauli pieni di ricordi che non mi stanco mai di rovistare. Ma il momento migliore è quello in cui bisogna andare a dormire. Sembrerà strano, ma non ci sono letti, nè giacigli. E' lei che si stringe attorno a me, come una calda coperta che ti protegge dal freddo invernale. Mi avvolge con forza, ma non mi fa male. Sembra che voglia entrarmi nell'anima, ogni sera un po' di più. E qualche volta ho l'impressione di riuscire anch'io a farmi strada dentro di lei.
Come si dice? A diventare una cosa sola, si dice.
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