Febbre

Sono tempi di attesa. Direi che sì, Attesa è proprio una stagione della mia vita, è come una festa cristiana, come l'Avvento, il Natale, la Santa Pasqua o la Pentecoste: anche lì si attende che avvenga qualcosa, un miracolo, una nascita, o chissà cos'altro, e mentre un periodo scuro si chiude, l'evento aprirà una nuova era per gli uomini e le donne di buona volontà, il buio si chiude, la luce si apre, il mondo ricomincia da capo.
Ma io, che non attendo il giudizio e non temo la condanna, vivo il mio momento con una fiacca resistenza agli accadimenti. Non gioisco, non sorrido al pensiero della novità, guardo i miei piedi e mi domando perché agli uomini hanno fatto credere che si poteva volare, una vera crudeltà; io vivo aspettando qualcosa che succeda e mi colpisca forte forte sulla testa, e che ne faccia schizzare fuori questa placida indifferenza alle cose che prima erano importanti, ai gesti che contavano davvero. Tutto è come avvolto in una veste di nebbia perenne e che non mi fa vedere, e sì che la nebbia esercitava su di me il suo fascino velato di mistero e di scoperta.
Passo ore ed ore ad ascoltare Kate Bush. La sento così vicina, così perfetta, mi rassicura. Lei canta e sembra capire, perché mi viene incontro continuamente e mi accarezza con il canto e la melodia. Come una piccola luce. Come una flebile voce.
Così finisce che mi addormento per un po'. Vorrei non ricordare i miei sogni perché mi turbano e mi mettono continuamente davanti a me stesso, nella loro verità. Sogno di perdere un aereo verso una meta e di scoprire di avere qualcuno alle spalle, come se già sapesse da parecchio tempo. E allora non so se quella figura corrisponde a qualcuno, o se forse non sono proprio io che mi guardo da fuori e osservo la mia piccola disfatta. Poi un telefono squilla, l'instant messenger trilla, il cellulare vibra, la testa è brilla, io mi risveglio.
Riprendo a camminare in silenzio. Poi scorgo una vetrina dietro cui c'è il regalo perfetto per lui, sapete, domani si laurea, e io sto così. Vabbè. Decido di comprare quello che è l'oggetto del suo desiderio da anni ormai, lasciando nel negozio il mio secondo "ministipendio". E un rene. Ma farà la sua felicità. E la nostra?
A volte un bel dono fa sorgere sulle labbra dell'amato un sorriso di stupore e occhi illuminati.
E copre, lentamente, il fuoco che hai dentro, e non lasci che siano le parole a uscire, ma solo i denti nella bocca. A me ricorda, quel dono, questo dono, di tutti i miei ritardi, dei miei viaggi su frequenze diverse, del mio aprirmi e chiudermi a seconda delle mani che mi toccavano.