Le Verità Nascoste

Sul mio petto nudo e accaldato scendono lente, silenziose, gocce di un pianto che non è il mio. Sono io stesso a provocarle, ma non mi toccano veramente. Le ho sentite attraverso un telefono, mentre cercavo di fugare ogni dubbio; scavare nei recessi più nascosti di una persona è duro e doloroso, specialmente se si tratta di qualcuno che si ama. Io sapevo che lì, dietro una cornetta, celata dietro un prefisso e un numero, c'era una persona che mi ama moltissimo, forse più di quanto sia capace io. Nel frattempo, piangeva; le lacrime sbattono mute sulla parete del mio freddo e lucido discernimento; lacrime che dicono la verità, nuda, di colui che spogliato ho visto fino ad ora solo nel suo corpo. E tutte le volte che gli ho sfilato un indumento, fosse anche con la grazia della neve o con l'impeto furibondo di un leone affamato, ho sperato, ho sperato fino all'ultimo di aprirmi un varco oltre quella barriera perfettamente inattaccabile.
Poi arrivano i mesi come questi ultimi, arriva giugno infuocato più del dovuto, il limite della mia sopportazione l'ho ormai oltrepassato da un bel pezzo, tra ansie, attese vane di parole mai arrivate seppur richieste con l'umiltà di un mendicante, momenti di sconforto e voglia di squarciare il cielo con il movimento frenetico delle braccia.
Compongo il numero della sua casa, non ho resistito, ho dovuto parlare, ho dovuto, non potevo più dire mezze verità. Ti ho pugnalato? Non volevo ma ho dovuto farlo. Per smuoverti, per dirti che io ho bisogno di qualcos'altro. Non so cosa sia ma penso di volerlo.
Intanto ho smesso di ponderare le parole, sono state una slavina, un vomito acido e purulento, l'emorragia del mio cuore e del mio cervello che non si accontentano più della bella matrioska, ché non riesco più a scartare, ad aprire, le mie mani sono ferite e piene di calli.
Ora ho chiaro tutto. Ho capito tutto quello che c'era da capire.
Vedere di più. Non mi sbagliavo quando parlavo della caverna. L'amore mi ha incatenato con la faccia incollata alla parete rocciosa e io non mi sono mai preoccupato di liberarmi. Poi è arrivato il giorno in cui non mi bastava più toccare la pietra rugosa, sentirne l'odore e l'impercettibile tremore. "Quello" che i sensi non possono percepire mi ha richiamato da lontano, prima come un'eco lontana, poi sempre più vicina, più acuta e sordida.
Com'è che si chiama? Ha un nome, "quello"?
Perché io ne ho così bisogno, perché non riesco mai a farmi bastare l'amore?
Ad un tratto mi sono mancate le parole, avevo capito di non aver più nulla da dire. Ogni tassello era stato sistemato, il quadro era completo, l'abbiamo guardato insieme con sconforto, questo sì, ma anche con la consapevolezza di essere di fronte alla "ultima spiaggia", oltre la quale c'è il mare e tutto finisce, e non c'è più terra intorno a consolarci.
Ho schiacciato un tasto rosso che ci ha tolto la voce fino a stasera, un paio d'ore per riflettere con calma. Io sono tornato, in maniera inconsapevole, alle parole della Cantantessa. Che, nel suo primo album, quello del 1996, quando aveva circa la mia età, diceva:
ma come posso dare l'anima e riuscire a credere
che tutto sia più o meno facile, quando è impossibile?
Volevo essere più forte di ogni tua perplessità,
ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi
è un amore di plastica...
E' un amore di plastica perché so che c'è di più. Questo lo sento, l'ho sentito sin dal primo istante. L'ho sentito quando ho incrociato i tuoi occhi la prima volta, e ho continuato a sentirlo quando, da febbraio sino a novembre, ho dovuto attendere per vederli chiusi mentre la tua bocca si abbandonava alla mia. Ed io ero pieno di felicità, estatico, mai così vicino alle stelle.
Ora ti chiedo di riaprire quegli occhi, quegli occhi azzurri come il cobalto che sapevano di tanto e di buono. Dimmi che non mi sono mai sbagliato, che non sto sbagliando a fidarmi di te.