
Lo sguardo bieco dei cieli nuvolosi spande sulla terra stillanti profumi di pane croccante e farina. La vita intorno, quella dei venditori di fiori al bordo della strada, e quella della donna allampanata che se ne sta, raminga e impiastricciata di trucco, vicina al solito semaforo, non sembra essersi fermata; così la sensazione del ritorno è rimasta come congelata, banalizzata dall'immobile quotidianità di una Milano già calda di prima estate. La cavalcata interiore del mio orgoglio e della gioia è andata in crescendo al piccolo trotto, avvalendosi del diritto di una certa predestinazione; è quando si ha l'impressione che il destino ci abbia posato la sua mano carezzevole sulla nuca, e anziché colpire, si sia limitato a sfiorare dolcemente, con atteggiamento quasi paterno e protettivo. Con gli occhi socchiusi e le spalle rilassate ho goduto della fortuna che mi era capitata, senza mai separarmi da quel senso di franchezza che accompagnava il mio viaggio insieme a lei. Sovrapponendosi alle immagini della mente, le figure di un ambiente noto eppur nuovo perché vissuto in maniera più autentica e durevole hanno fatto da sfondo ai tanti giorni, ancorché pochi, in cui il sogno si è materializzato in una piccola, ma palpitante realtà. Al passaggio in via de' Cerchi tutto sembrava rivestito di un'aureola dorata di sole. In me ha rivissuto la città vecchia, ammantandosi dei suoi atavici conflitti e del suo splendore rinascimentale che oggi ne atrofizza la muscolatura sopita dal fasto passato. Così io, nuovo, abbigliato in vesti inconsuete, pestando con le suole il mattone e la pietra e il marmo antico, finalmente dispiegato all'aria del maggio già odoroso come una vela alla brezza marina.
In poche immagini catturate al tempo e al vento incostante riconosco la mia larva che non sa ancora parlare, che non sa ancora camminare; l'osservo con una tenerezza indicibile, quella parte di me che stenta a sbattere le ali. Penso che così si senta la madre di un cucciolo, che tramuta la sua apprensione nella calda accoglienza del suo seno, memore del piccolo che le è stato strappato dalla morte e per cui ancora si duole, d'una colpa che non si decide a perdonare a se stessa.
Sto comprendendo che non sbaglio a rivalutare negativamente certi aspetti della mia storia. Per essa ho scritto e parlato, per darle voce ho prestato il mio corpo, e le mani e le gambe e il petto. Non provo rabbia. O rimorso, né rimpianto. L'eco lontana dell'ultima lacrima si spegne in una grotta che forse non sarà più scoperchiata; forse che ai recessi del cuore non è dato riemergere? La vaghezza la cerco fuori da me, in uno sguardo o in una parola detta con maliziosa voluttà; la trovo nell'ultimo bicchiere vuotato mentre il mio mondo si squaderna sotto ai miei occhi, e con un sorriso l'arrotolo come una mappa che ormai non serve più, ché la strada è già trovata, l'orientamento è ormai recuperato.
In questo istante io capisco, io so che dipendo solo da me stesso e dalle mie azioni; io capisco che la paura di essere il vero responsabile è, in verità, il preludio allo schiudersi d'un uovo. Allora il guscio sarà finalmente rotto. Io capisco che devo ricacciare indietro il timore delle scelte della vita. Io imparo stanotte il valore del coraggio che finora m'è mancato.